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La testimonianza esclusiva di una vicentina in Israele: Mirella Richetti Maor, una delle tante mamme a 3.000 km da qui

Di Redazione VicenzaPiù Giovedi 24 Luglio 2014 alle 23:54 | 0 commenti

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A 19 anni si trasferisce in uno Stato a tremila chilometri da Vicenza, frequenta l'università e si fa una famiglia. Un prologo e una storia come quella di tante vicentine, se non fosse che la sua si svolge in uno dei territori più travagliati del globo: Israele. A Mirella Richetti Maor le lingue straniere sono sempre piaciute, fa la traduttrice, il doppio cognome l'ha chiesto appositamente dopo il matrimonio per tenersi anche quello da signorina.

Ogni anno torna a Vicenza con i due figli e un fiume di notizie sulla sua terra.

Mirella, perchè Israele?
Non ci sono parole esatte per definire Israele. Diciamo che è stato come sentirsi subito a casa.
Dove vive esattamente?
Abito nella città di Kfar Yona, trenta chilometri a nord di Tel-Aviv.
Lei è una testimone diretta della situazione mediorientale?

Si, anche se la mia città è abbastanza distante da Gaza. Lì di razzi non ne sono mai arrivati, ma l'allarme suona ugualmente. Recentemente i lanci sono stati effettuati anche molto più a nord di Tel-Aviv, segno che i mezzi a disposizione di Hamas sono stati potenziati.
Cosa solitamente non viene detto sul conflitto arabo-israeliano?
Nel 2005 Israele, unilateralmente, decide di lasciare Gaza. Il territorio, anziché essere utilizzato per incrementare il benessere delle popolazioni, viene utilizzato come avamposto per il lancio di missili verso Israele. La verità è che Israele, nella Striscia di Gaza, non c'è. C'è Hamas.
Perchè sembra impossibile raggiungere la pace?
Quello che vuole Hamas, e una parte del mondo arabo, è rendere la vita impossibile a Israele. I motivi principali sono di matrice religiosa e il potenziamento delle armi in loro possesso mostra come vi siano degli Stati che aiutano l'offensiva bellica.
L'esercito sta reagendo in modo forte. I morti tra i civili sono tanti...
Israele è uno degli Stati al mondo che più si impegna a scongiurare la morte di civili. Ci sono intere operazioni annullate dai piloti che hanno realizzato di avere nel mirino gente innocente. Va detto che Hamas continua ad usare i civili come scudi umani. Nascondono armi e munizioni in scuole ed ospedali e proprio da lì spesso partono gli attacchi.
Le responsabilità, dunque, sono soprattutto palestinesi?

A seguito delle telefonate dei militari israeliani che avvertono dell'imminente bombardamento, Hamas spesso intima alle famiglie di rimanere lì, di non muoversi, minacciando punizioni. Nessuno Stato permetterebbe di essere preso di mira dai missili senza reagire. Si tratta di una guerra non solo di difesa, ma soprattutto per mancanza di scelta.
La popolazione palestinese vive in condizioni di oggettiva, maggiore povertà. Questo influisce sull'ostilità?
Certamente. Infatti, da questo punto di vista, le vere vittime sono i bambini palestinesi, ai quali viene inculcato l'odio. Gran parte dei finanziamenti che i palestinesi ricevono vengono usati dai loro capi per arricchirsi e per l'acquisto di armi, anziché per dare una possibilità all'economia locale. Anche Israele invia continuamente merci e generi alimentari. Se questi riuscissero ad arrivare a chi ne ha effettivamente bisogno, la situazione migliorerebbe nettamente.
Cosa direbbe ad un palestinese?
Quelli non indottrinati hanno molte possibilità di comprendere come stanno le cose. Ci sono tanti giovani palestinesi ed israeliani che si frequentano e condividono esperienze comuni. Per la pace, per una pace vera e duratura, siamo più che disponibili ad arrivare a compromessi.
Com'è essere madre in Israele?
Tutte le mamme tengono ai propri figli. Va detto che quando si è scoperto che degli ebrei avevano ucciso un ragazzo palestinese, la sensazione della comunità è stata di tristezza e vergogna verso un povero innocente. Così non è stato nella comunità palestinese quando sono stati uccisi i tre ragazzi ebrei.


Mirella non è spaventata dalla vita quotidiana, dice che non bisogna darla vinta a chi vuole a tutti i costi un clima di terrore. Il figlio più grande, sedicenne, tra un paio di anni dovrà fare il servizio militare. Quello più piccolo, 12 anni, qualche mese fa, prima di uscire di casa da solo si è sentito ripetere le disposizioni da seguire in caso di allarme antimissile. Tremila chilometri di distanza e una quotidianità totalmente opposta.

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