Quotidiano | Categorie: Cultura

Goffredo Parise, picaro astuto

Di Dario Borso Sabato 3 Dicembre 2016 alle 22:59 | 0 commenti

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Gli americani a Vicenza e altri racconti 1952-1965, appena uscito da Adelphi, riproduce la prima edizione Mondadori del 1987, comprendente una «Nota introduttiva» di Cesare Garboli che inizia: «Questo volume di racconti è per metà un libro d'autore e per l'altra metà una raccolta postuma, curata dall'editore. La morte ha voluto così. Esisteva un progetto tra Goffredo Parise e Alcide Paolini, già concordato; esso prevedeva la ristampa del lungo racconto metà fantastico e metà realistico, Gli americani a Vicenza, già edito da Scheiwiller nel 1966», più appunto altri racconti minori: «tuttavia, la scelta dei racconti non è una scelta d'autore; essa è stata discussa da Giosetta Fioroni, da Natalia Ginzburg e da altri amici, tra i quali chi scrive questa nota».

Nel 1990 Garboli ripubblicò la nota nella sua raccolta Falbalas, variandone solo l'incipit per sottolineare che Gli americani a Vicenza è «uno di quei racconti, nella vicenda di uno scrittore, di cerniera, che chiudono una fase di stile e la liquidano: la fase veneta, provinciale, giornalistica del Parise di dopo Il ragazzo morto e le comete. Si capisce come Parise, negli ultimi anni di vita e di malattia, progettasse di far ruotare intorno a quel racconto, come intorno a una polare, tutta quella manciata di elzeviri d'ambiente veneto, picaresco, provinciale, mai raccolti in volume, che egli aveva mandato tra i Cinquanta e i Sessanta alle redazioni di quotidiani e riviste, al Resto del Carlino e al Corriere d'informazione. Ma il volume ideato da Parise, per le cure generose di Giosetta Fioroni e Alcide Paolini, uscì ugualmente».
Specificando, Garboli commette più di un errore: innanzitutto il nostro racconto, scritto nel 1957 e pubblicato originariamente su L'illustrazione Italiana dell'agosto 1958, non chiude affatto la fase veneta, seguito com'è dal romanzo d'ambiente vicentino Amore e fervore, scritto nel 1958 e pubblicato l'anno dopo da Garzanti; in secondo luogo, gli elzeviri veneto-picareschi (parecchi più di quelli presenti nell'antologia mondadoriana), compresi quelli usciti nei due quotidiani citati, risalgono tutti e solo agli anni Cinquanta, e difatti dei venti racconti costituenti l'antologia, i diciannove veneti uscirono tra il 1952 e il 1958 (mentre l'ultimo, La parola, d'ambiente milanese e risalente al 1965, è un cavolo a merenda).
Ma se nel 1990 Garboli specifica, al contempo sbiadisce: il progetto concordato con Paolini, allora direttore editoriale degli Oscar, diviene un progetto, anzi un'idea del solo Parise (mentre Paolini figura con l'erede Fioroni come curatore a scapito di Garboli, Ginzburg e non identificati amici). E tale sbiadimento raggiungerà il culmine tre anni dopo, in una ristampa mondadoriana dell'antologia dove la nota di Garboli è preceduta da una prefazione del discepolo Silvio Perrella dedicata al maestro (di cui elogia la nota stessa: «ogni volta mi ha suggerito uno stimolo, una risposta, un'illuminazione»). Ebbene, premesso che Parise non pubblicò mai raccolte di racconti, Perrella afferma: «Sembra, però, che ci stesse pensando verso la fine della sua vita: si era probabilmente fatto strada in lui il desiderio di mettere ordine in questa sua dispersa produzione narrativa. Cosa che fu realizzata, un anno dopo la sua morte, da Giosetta Fioroni, Natalia Ginzburg e Cesare Garboli». Ora dunque non solo non c'è più il concordato né il concordante Paolini, ma il progetto stesso è declassato a mera ipotesi. Eppure Perrella avrebbe avuto agio di chiedere lumi a Garboli e alla Fioroni...
In compenso nel carteggio Paolini-Parise conservato a Ponte di Piave, non si accenna mai agli Americani a Vicenza, così come tace il fascicolo Parise alla Fondazione Mondadori. E la prova logica che nemmeno a voce ci sia stata un'entente, viene dal fatto che in caso contrario Parise non avrebbe mancato di segnalare che il racconto, oltre che presso Scheiwiller nel 1966, era comparso aumentato di un capitolo nell'Antologia del Campiello 1970.
Invece il racconto nel 1987 uscì monco, e quando nel 2001 riemerse il dattiloscritto originale completo, l'ignaro Garboli dal Giornale di Vicenza sentenziò che «se Parise ha deciso di tagliarlo non può essere stato che lui stesso a deciderlo», aggiungendo: «sapeva di vivere in una città dove le voci corrono e penso che non abbia voluto provocare illazioni o suscitare pettegolezzi».
Nell'attuale ristampa Adelphi infine, il neocuratore Domenico Scarpa, dopo averla definita «libro doppiamente d'autore - di Goffredo Parise e di Cesare Garboli», al proposito pedissequamente afferma: «poco si può aggiungere alle considerazioni di Garboli. Può darsi benissimo che nel 1958, e ancora nel 1966, Parise abbia fatto saltare il capitolo VII per non procurarsi ulteriori noie con il clero della sua città», mentre «quella del 1970 è ormai un'altra Italia, più distratta se non proprio più libera», e «Parise si sente tranquillo nel reintrodurre l'episodio, tenuto a suo tempo in disparte».
Quindi un Parise da sei anni residente a Roma dopo averne passati altrettanti a Milano, non si sarebbe sentito tranquillo a reintrodurre il capitolo nell'edizione Scheiwiller 1966, in quanto avrebbe temuto le reazioni del clero vicentino...
La storia vera (vicentina e non romana), la racconterò a breve.


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