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Assoluzioni Marlane Marzotto, soddisfatti i legali di Pietro Marzotto e Lorenzo Bosetti

Di Andrea Polizzo Giovedi 25 Dicembre 2014 alle 10:40 | 0 commenti

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Milano, nostro servizio - «Siamo estremamente soddisfatti dell'esito della sentenza del processo Marlane perché la formula assolutoria scelta dalla corte è la più ampia possibile». A dirlo è Enrico Giarda, dell'omonimo studio legale, a qualche giorno di distanza dalla sentenza di primo grado con la quale il tribunale di Paola ha assolto con formula piena i dodici imputati del processo Marlane Marzotto da tutti i capi di accusa (nella foto dell'epoca un operaio al lavoro nel reparto tintoria).

Nel procedimento penale sulle morti bianche tra gli operai dell'ex fabbrica tessile di Praia a Mare e sull'inquinamento dei terreni circostanti, lo studio Giarda difendeva con l'avvocato Salvatore Perugini gli imputati Pietro Marzotto, Lorenzo Bosetti, Ivo Comegna e Salvatore Cristallino.
«Constatiamo - ha proseguito Enrico Giarda - che il tribunale ha voluto accogliere le nostre ragioni riconoscendo in sostanza l'inadeguatezza delle imputazioni formulate dall'accusa rispetto alle posizioni e ai ruoli dei nostri assistiti».
I vicentini Marzotto e Bosetti dovevano rispondere del reato di disastro ambientale.
L'accusa, in riferimento ai loro compiti nella gestione della fabbrica e dell'impianto di depurazione annesso, li ha ritenuti responsabili dell'interramento nei terreni adiacenti allo stabilimento e prossimi al mar Tirreno di rifiuti speciali pericolosi di origine industriale.
Pietro Marzotto, conte in quanto figlio di Gaetano insignito di quel titolo, già presidente del gruppo tessile omonimo, dal 1982 al 1998, è stato indagato in qualità di presidente della società Lanerossi Spa (già Marlane Spa) e della Manifattura Lane Gaetano Marzotto & figli Spa dal 1988 al 1998. Per lui sono stati chiesti dalla pubblica accusa 6 anni di carcere.
Lorenzo Bosetti, sindaco di Valdagno dal 1999 al 2004, è stato invece indagato in qualità di consigliere delegato e vicepresidente esecutivo della Lanerossi Spa e della Marzotto Spa dal 1998 al 1993. Per lui la richiesta di pena era di 5 anni di carcere.
«In aula - ricorda Giarda - abbiamo dimostrato che Marzotto e Bosetti non si sono mai occupati in concreto, e mai avrebbero potuto farlo, della gestione dei rifiuti e, nel caso specifico, dei fanghi. E lo abbiamo dimostrato depositando agli atti centinaia di documenti societari, tra cui verbali del Cda, atti notarili e altro. Tutti - precisa l'avvocato - attestanti le deleghe di cui venivano investiti livelli intermedi che dovevano gestire quella particolare attività. Ma il presupposto della nostra linea difensiva - prosegue Enrico Giarda - è che il disastro ambientale non è stato in alcun modo dimostrato. Per questo nelle nostre conclusioni in difesa di Marzotto e Bosetti abbiamo contestato le consulenze e le perizie richieste dal tribunale che, a nostro vedere, erano e sono non adeguate a sostenere le gravi accuse mosse nei confronti degli imputati».
Il pensiero corre alla superperizia che, in piena fase dibattimentale, la corte ha commissionato a un pool di esperti: Maria Triassi, professore ordinario d'igiene presso l'Università Federico II di Napoli e direttore del dipartimento di Sanità pubblica, Pier Giacomo Betta, specialista in anatomia patologica, oncologia medica e patologia generale, Pietro Comba, direttore del reparto di epidemiologia ambientale al dipartimento ambiente dell'Istituto superiore di sanità e Giuseppe Paludi, specialista in medicina interna e perito d'ufficio della Corte d'assise al tribunale di Napoli.
«Un lavoro - lo liquida Giarda - che semplicemente non ha sciolto i quesiti posti dal tribunale soprattutto in merito al nesso di causalità tra il lavoro in fabbrica, i prodotti utilizzati e i tumori insorti».
La mancanza di basi scientifiche in consulenze e perizie presentate in aula. Un tema, questo, ricorrente per la difesa nella fase delle conclusioni.
«L'evidenza epidemiologica non è sufficiente a creare un profilo penalmente rilevante. Rivela importanti dati su un'intera popolazione, ma mai sui singoli casi: lo dice la più autorevole letteratura scientifica in merito ed è questo l'orientamento della giurisprudenza. In sostanza: serve, ma non basta».
Parole, queste, pronunciate in aula nell'udienza del 15 novembre 2014, da Angelo Giarda, titolare dello studio legale milanese, e dedicata alla difesa dai reati di lesioni e omicidio colposo mosse contro Cristallino e Comegna, ex capireparto Marlane Marzotto.
Secondo Giarda padre, l'analisi epidemiologica svolta sugli ex operai dell'ex fabbrica tessile di Praia a Mare per stabilire un nesso causale tra lavoro e tumori non ha dunque consegnato alla corte elementi certi per la decisione finale.
«Su tutto - ha detto in aula ancora Angelo Giarda - va segnalato che nell'analisi epidemiologica il pool di periti ha omesso di indagare con certezza i tempi di esposizione alle sostanze incriminate».
Tornando ai reati ambientali rimane da chiedersi: quale sarà ora la sorte dei terreni Marlane? Quesiti che attendono risposte celeri dal momento che l'allarme inquinamento non è affatto sopito tra le popolazioni interessate, quelle dei comuni confinanti di Praia a Mare e Tortora, e dal momento che la sentenza di primo grado ha disposto anche il dissequestro dell'area.
Nel 2006, prima del sequestro preventivo da parte della Procura della Repubblica di Paola, la Marzotto aveva fatto richiesta agli enti competenti per pervenire a una caratterizzazione, studio ambientale preludio a una eventuale bonifica.
«Sì, è così che è andata - interviene Enrico Giarda - ma in merito alla volontà di riprendere l'iter da parte del Gruppo Marzotto non posso rispondere, dovreste chiedere ai colleghi che nel processo Marlane lo hanno rappresentato in qualità di responsabile civile».
Un ultimo giudizio viene sottoposto al rappresentante dello studio Giarda sulle opinioni circa l'inadeguatezza di un piccolo tribunale di provincia e dell'annessa procura nell'istruire e nel trattare un processo di queste dimensioni.
«Posso dire con certezza - commenta Giarda - che abbiamo apprezzato il modo di condurre il procedimento da parte del collegio giudicante. Certo è - conclude - che si trattava del primo processo di questo tipo per il tribunale e la procura di Paola e questo potrebbe aver avuto il suo peso».


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