Quotidiano | Categorie: Cultura

Virgilio Scapin, portatore sano di vicentinità

Di Piero Casentini Sabato 3 Dicembre 2016 alle 15:23 | 0 commenti

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Venerdì 2 dicembre, a palazzo Cordellina, si è tenuto l'ultimo incontro della rassegna "Dolci d'autunno le luci. Carte private di scrittori vicentini", organizzata dall'Assessorato alla Crescita del Comune di Vicenza e dalla Biblioteca Bertoliana, in collaborazione con l'Accademia Olimpica e con il sostegno dell'agenzia letteraria Leggere. Ultima personalità della cultura vicentina, almeno per data di nascita, ad essere oggetto di un tentativo di descrizione a più voci, è stato Virgilio Scapin, scrittore, libraio, attore, bon vivant, vissuto tra il 1932 e il 2006. Grande amico di Goffredo Parise, Scapin condusse per molti anni la celebre libreria Due Ruote, sita nell'omonima contrada incastonata nel centro storico di Vicenza.

Esordì nella narrativa con il libro Chierico provvisorio, del 1962, nel quale elaborò l'esperienza maturata in seminario. Sette anni più tardi scrisse Supermarket provinciale, seguito dalla raccolta di racconti I Magnasoete, nella quale celebrava il mondo contadino di Breganze, piccola patria che tempo dopo l'avrebbe insignito della cittadinanza onoraria.

Il successo di critica arrivò nel 1983 col romanzo La giostra degli arcangeli, che gli valse il premio Grinzane Cavour, mentre il nostrano Campiello gli consegnò il premio Selezione nel 1995 per Il bastone a calice. Nel 1998 licenziò il suo ultimo romanzo, Una maschia gioventù. Indimenticabile la parte di don Schiavon che Scapin impersonò in Signore & Signori, graffiante critica alla società veneta realizzata nel 1965 dal regista Pietro Germi. Sul grande schermo Scapin tornò nel 1969 con la parte del conte Lancillotto, ne Il commissario Pepe diretto da Ettore Scola, e più avanti con un piccolo cammeo ne Il comune senso del pudore, di Alberto Sordi. Fondatore della Confraternita del Baccalà, di cui fu Priore, era legato da sincera amicizia al vignaiolo Firmino Miotti. Arguto, vivace sotto l'aspetto bonario e generoso della sua mole, Scapin è rimasto nel ricordo di molti vicentini, tanto che la bella sala affrescata non è bastata ad ospitare tutti gli interessati. Molti i relatori invitati a raccontare, da un punto di vista personale, la poliedrica figura di Scapin: Tiziana Agostini, Marco Cavalli, Adriana Chemello, Paolo Lanaro e Maurizia Veladiano. Cesare Galla, vicepresidente dell'Accademia Olimpica, ha dato avvio all'incontro parlando di un "clima di vicentinità empatica, inclusiva, questa sera con Scapin. Un personaggio, vicentino verace, che non ha mai avuto un problema critico con la sua città natale", a differenza dell'amico Parise. "Proprio in questi giorni" ha proseguito Galla, "la Regione Veneto sta cercando di approvare una legge sul bilinguismo, ebbene con Virgilio si parlava solo dialetto ma era un autore italiano. L'Accademia Olimpica accolse Scapin nel 1999, riconoscendone l'appartenenza integrale ad una cultura che non è solo locale". La parola è passata a Marco Cavalli, critico letterario, traduttore e grande amico di Scapin dalla prima adolescenza. "Provvisorio" ha detto Cavalli, "è un aggettivo che si addice a Scapin, il cui bersaglio principale era il clericalismo in salsa veneta. Secondo Scapin" ha continuato Cavalli, "l'opposizione di sinistra in Veneto, o almeno a Vicenza, non c'era. Al cattolicesimo risposero con il cattolicesimo di sinistra, doppia ipocrisia". Cavalli ha tratteggiato un ricordo vivido della poliedrica figura di Scapin: "satireggiava dal vivo" ha detto il giovane amico, "aveva una passione per Marziale, tradotto da Guido Ceronetti, anche se giudicava esagerata l'influenza del traduttore sull'autore originale. Insieme traducemmo alcuni componimenti" alla cui lettura il pubblico è scoppiato in una sincera risata. Tiziana Agostini, fondatrice del centro culturale Walter Tobagi di Venezia, già vicepresidente dell'Ateneo Veneto, ha cercato di ricostruire il profilo di Scapin scrittore. "Una complessa personalità, declinata in comportamenti ed interessi molteplici" ha sostenuto Agostini, "nei quali entrava da assoluto protagonista, nonostante il carattere riservato". Negli ultimi dieci anni di vita dello scrittore, Agostini revisionò tutte le cose che scriveva: "aveva la capacità di descrivere minuziosamente un luogo, raccontandone l'anima" ha proseguito Agostini, sottolinenando come "la narrativa di Scapin partisse sempre da un dato di realtà, per poi essere approfondita storicamente ed infine condita dalla sua immaginazione. Non si prendeva troppo sul serio, prova ne da la scarsa cura che dedicava alla conservazione dei suoi scritti". Negli ultimi tempi, ha ricordato Agostini, Scapin avrebbe voluto scrivere la storia di una donna: "era molto sensibile al femminile" ha concluso. Maurizio Veladiano, scrittrice e giornalista, ha detto che Scapin "era un uomo semplice, generoso. Amava definirsi un flemmatico, uno che si siede in riva al fiume e aspetta. Scriveva rapido, di getto, eppure diceva che lo scrivere era una felicità che gli costava fatica. Era un perfezionista, diceva che il contenuto senza la forma non aveva senso. La malattia gli creò un vuoto attorno" ha ricordato Veladiano. "Se qualcosa di lui rimane" ha concluso la scrittrice, "sta dalle parti di Breganze dove per lui abitava la felicità". Adriana Chemello, letterata e docente all'università di Padova, e Paolo Lanaro, poeta, hanno illuminato altri aspetti della personalità di Virgilio Scapin, in un racconto corale carico di affetto e di autentico interesse.


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