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Valerio Caroti «Giulio». Ugo De Grandis ci racconta la vita partigiana dell'alpino

Di Alessandro Pagano Dritto Giovedi 27 Giugno 2013 alle 16:54 | 0 commenti

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Benchè la sua figura sia una di quelle più care alle autorità comunali scledensi, che hanno recentemente deciso di dedicargli una via, il trattamento riservato all’alpino Valerio Caroti (1921-2000) nella radunata, anche questa alpina, di alcuni giorni fa ha suscitato alcune polemiche. Lo storico locale Ugo De Grandis lamentava infatti dalle pagine del Giornale di Vicenza che il manifesto con la sua foto fosse stato spostato da via Battaglione Val Leogra alla facciata del municipio, in posizione quindi non più centrale ma dislocata rispetto al percorso previsto della parata degli alpini.

Al di là della polemica, visto che Valerio Caroti, oltre che alpino, fu anche partigiano col nome di battaglia di «Giulio», abbiamo chiesto proprio a De Grandis, che ha alle spalle diverse pubblicazioni sulla Resistenza dell’Alto Vicentino e di Schio, di raccontarci la sua vicenda umana e resistenziale. Nessuna ambizione qui di dire qualcosa di nuovo che già gli addetti e gli appassionati di storia locale non conoscano, ma solo di rinverdire la memoria di un partigiano della Val Leogra.

Come quella di molti partigiani, non solo scledensi, vicentini o veneti, anche la Resistenza di Valerio Caroti fu una storia soprattutto di collina e di montagna, in cui nomi di geografie rurali si susseguono forse sfuggendo a chi non conosce le zone o a chi, oggi, è abituato solo a panorami di strade, di palazzi e di cemento. La sua esperienza di lotta clandestina comincia infatti sul Monte Raga, dove deve a dei fratelli, i fratelli Barbieri, e in particolare a uno di questi, Pietro, l’ingresso tra le file dei ribelli armati. Sceglie il proprio nome di battaglia, «Giulio», per l’unico motivo che non contiene alcuna «r»: aveva, dicono particolarmente marcata, quella che i glottologi chiamano «r uvuvulare», alla francese per capirci, e preferiva evitarla. Si riunì subito ad alcuni dei nomi che avrebbero fatto la storia della Resistenza di Schio e dintorni: Ferruccio Manea «Tar» e Alberto Sartori «Carlo», fra questi.

Il suo ingresso nelle formazioni partigiane non era stato, come invece era stato per altri, un ingresso istintivo, ma, sebbene convinto, fu comunque prudente e meditato. Aveva dapprima vagliato alcuni dei gruppi che erano nati nei giorni immediatamente successivi l’8 settembre, quelli comunisti e quelli cattolici. Ma se la teoria dei primi, che parlavano di dittatura del proletariato, non gli piaceva, la pratica dei secondi, che giudicava troppo attendisti, neppure quella lo convinceva. Solo nel maggio 1944 si decise quindi a prendere anche lui le armi contro il governo repubblicano di Salò e la via della montagna, risolvendosi a entrare nelle formazioni garibaldine e quindi comuniste «Ateo Garemi». Si portava dietro un bagaglio di esperienze già non indifferente, dal momento che aveva contrastato, militare nell’esercito italiano, la guerriglia slovena. Una tattica nuova, per gli ex soldati italiani, che datisi ora alla macchia, si trovavano nella necessità logistica e pratica di adottarla a loro volta. In poche settimane, già nella seconda metà di maggio, diventa vice comandante del suo battaglione, l’«Apolloni», che ha base nel costo del Varo tra Poleo e Santa Caterina. Il suo diretto superiore è Igino Piva «Romero», comunista e già garibaldino di Spagna, che a luglio è costretto a operarsi di ulcera a Padova e gli passa così il comando degli uomini. Il rastrellamento del 17-18 giugno 1944, noto col nome di «rastrellamento di Vallortigara» induce il battaglione a spostare la base in Val Posina, dove nasce la «zona libera di Val Posina». Dice a proposito Ugo De Grandis: «Fu una scelta estremamente ardita, perché alle spalle non vi era la neutrale Svizzera – come nel caso della Repubblica della Val d’Ossola - bensì l’Alpervorland», considerato territorio tedesco. La reazione delle forze del Reich fu repentina e tra il 12 e il 14 agosto la zona fu interessata da un rastrellamento. Ma appena sei giorni prima «Giulio» e un piccolo manipolo di uomini, tra cui un ex prigioniero inglese di nome Victor e una giovane staffetta di Rovereto, avevano sabotato un ponte, quello di San Colombano, che costituiva un importante punto di collegamento tra il territorio tedesco e quello saloino. «Benchè stretti da una morsa mortale – precisa De Grandis – i comandi seppero manovrare con intelligenza e far uscire dalla trappola il grosso delle forze partigiane. Non mancarono morti e distruzioni, in proporzione tuttavia inferiore rispetto alle forze in campo». Più di 10.000, secondo lo storico, gli uomini schierati per l’occasione dalle forze antipartigiane.

Il rastrellamento impose comunque un riassetto generale delle formazioni ribelli, e il battaglione «Apolloni» divenne uno dei reparti della nuova brigata «Martiri della Val Leogra»: insieme a questo, nella brigata, anche il «Barbieri», l’«Ismene» e il «Ramina-Bedin», più il territoriale «Fratelli Bandiera» che operava invece, con modalità ovviamente diverse, a Schio. Proprio il comandante di quest’ultimo reparto, Antonio Canova «Tuoni», fu preso e torturato dai fascisti perché riferisse i nomi dei molti partigiani con cui era venuto a contatto nei mesi passati. Era necessario liberarlo prima che parlasse, nonostante le prime torture non avessero ottenuto altro risultato se non un ricovero all’ospedale. Proprio «Giulio» fu tra gli organizzatori e gli attuatori di un’incruenta incursione all’ospedale del paese, che ebbe pieno successo: «Tuoni» fu liberato, «Giulio» ricevette le congratulazioni ufficiali delle gerarchie partigiane ma anche il rimprovero di essersi esposto in prima persona, lui quadro tanto importante, a un tale pericolo.

In aprile ormai la guerra stava per essere vinta e gli alleati marciavano verso Nord avvicinandosi anche all’Alto Vicentino e quindi a Schio. I tedeschi avevano rifiutato le proposte avanzate dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) locale e alcune sezioni partigiane vollero calare su Schio prima dell’arrivo degli angloamericani per avere poi maggiore peso nei patteggiamenti. Tra i contrari, Caroti, che temeva ulteriori inutili morti. «Giulio» non riuscì a far sposare la sua idea agli altri partigiani, ma riuscì almeno a ottenere che non vi sarebbe stata giustizia sommaria. Non fu del tutto così, ma il numero dei giustiziati fu relativamente limitato: meno di una decina in totale il giorno dell’attacco e i successivi. 16 furono invece i morti partigiani.

A mezzogiorno del 29 aprile, Nello Boscagli «Alberto», il più risoluto nell’idea di attaccare Schio, e gli uomini dei battaglioni della «Martiri», scesero quindi al suono delle sirene delle fabbriche e dopo quattro ore di combattimenti riuscirono a siglare, senza l’intervento alleato, la resa con i tedeschi: caso unico in Italia, nota De Grandis, con la sola città di Genova.

Per la sua importanza nella Resistenza locale, Valerio Caroti «Giulio» fu Medaglia d’argento al valor militare ed ebbe il riconoscimento alleato della Bronze Star.

Riassumendone in poche righe il valore storico, militare e umano, Ugo De Grandis dice di lui: «Anche se non sempre d’accordo con visioni e strategie del comando Garemi, Caroti seppe guidare con coraggio e valore i suoi uomini in azioni anche rischiose dall’esito incruento dall’una e dall’atra parte, meritandone la stima e l’affetto».

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