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Elogio di Leporello, che comprende il male del padrone Don Giovanni...

Di Italo Francesco Baldo Giovedi 14 Giugno 2018 alle 15:25 | 0 commenti

Troppe volte i politici si circondano di servi, cui fanno credere di essere loro "uomini di fiducia". Costoro in cuor loro fanno proprie le parole che Leporello, il servo di Don Giovanni (Libretto da L. Ponte, musica di W.A. Mozart), canta: " O Notte e giorno faticar per chi nulla sa gradir; piova e vento sopportar, mangiar male e mal dormir... Voglio far il gentiluomo, e non voglio più servir.", ovvero voglio anch'io fare il politico e godere i suoi privilegi. Per questo danno ad ogni piè sospinto ragione al potente, e vantano ogni sua azione, per porla nel Catalogo e menar vanto, e talora anche loro "esibiscono la loro protezione" (nel video "Madamina, il catalogo è questo" con Leporello interpretato da Ferruccio Furlanetto, dal Don Giovanni de Mozart)..

Ma nella mente di Leporello inizia ad insinuarsi qualche dubbio: "Io deggio ad ogni patto per sempre abbandonar questo bel matto..." ossia il politicante che regge le sorti della Città, della Provincia, della Regione, dello Stato. Non è però facile, anche i servi godono della protezione del potente e dei vantaggi che la condizione reca loro e hanno a forza di chiacchiere, di vezzi e di bugie imparato dal padrone a cercare di gestire persone e cose, soprattutto cose tintinnanti e ciò con feste e baldorie, con apparenza senza sostanza.

Ma torna il dubbio: "Qui nasce una ruina." e scopre che al potente "Se cadesse ancora il mondo nulla mai temer lo fa!". e di nuovo Leporello "Ed io non burlo, ma voglio andar", ha qualche rimorso e vorrebbe abbandonare, ma il potente fa pace con lui e gli promette e lo fornisce d'oro zecchino (quattro doppie) e quindi il servo torna ad essere solo servo. Così il padrone può addirittura travestirsi per i suoi affari con i panni del servo e se va male, attribuire a lui le malefatte. Se invece ha successo, gettati gli abiti, riconosce solo a sé il vantaggio successo. Leporello sa che il labbro del potente "è mendace", ma abbozza ancora una volta ben sapendo ("Mi par che abbiate un'anima di bronzo") e arriva anche a dichiarare "dispiacere" per le malefatte, ma continua, continua, i vantaggi son molti e fan bene alle tasche, finisce così per farsi usare in tutti i modi, anche quando vi sia qualche rea azione. Scoperto nella malefatta, Leporello comprende sempre di più e invoca perfino il perdono ("Mille torbidi pensieri mi s'aggiran per la testa: se mi salvo in tal tempesta, è un prodigio, in verità.") e dichiara "Il padron con prepotenza l'innocenza mi rubò", ma non dice che gli piacque perdere l'onore.

Si sa di fronte ai vantaggi l'uomo spesso non sa rinunciare anche quando il padrone dichiara che potrebbe soffiargli perfino la moglie. Un avvenimento, però, richiama Leporello alla verità, dove lo ha condotto il politico/padrone è senza via di scampo. Il dubbio inizia a farsi certezza, ma per un po' siede ancora alla tavola, i cibi son serviti e sono eccellenti. Presto, però, s'accorge che di sasso è il cuore del padrone, pensa solo a se stesso e certo non è disponibile verso il servo. Lui comprende la negatività del padrone e inizia ad aver paura, tanta paura e finalmente intende il male che il signore ha compiuto e giusta sarà la punizione, nel caso del politico la non rielezione o l'oblio dal quale cercherà, come don Giovanni di salvarsi. La pena arriva e Don Giovanni va all'inferno a scontare le sue colpe. Così Leporello ben intende e ricordando l'antichissima canzone intona con tutti gli altri: "Questo è il fin di chi fa mal!" e allora va "all'osteria a trovar padron miglior" qualcuno che operi bene e non per sola sua vanagloria.
Leporello, paradigma di coloro che s'ingraziano i potenti per trarne vantaggio, ma finiscono nella rete negativa; per fortuna che talora se ne accorgono e vanno a lavorare dove non c'è rischio di corruttela.
Lorenzo da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart, ancora insegnano.


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