Quotidiano | Categorie: Politica

La doppiezza leghista sul caso Mose

Di Marco Milioni Martedi 10 Giugno 2014 alle 17:22 | 0 commenti

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La Lega adesso punta l'indice contro la corruzione, ma non è verde tutto ciò che luccica.
La Lega Nord dopo l'esplosione del caso Mose ha nuovamente messo le mani avanti contro il malaffare inondando i giornali di una marea di distinguo e di «puntini sulle i». Il governatore veneto Luca Zaia ha chiesto di parlare con i magistrati facendo ipotizzare di avere qualcosa di importante da dire.

Ma perché non lo ha fatto prima? Non è proprio lui che tra il 2005 e il 2008 ha svolto la funzione di vicepresidente della regione? E non si è accorto di nulla?

Sarà un caso ma non fu proprio Zaia che dopo la sonora bocciatura della Pedemontana Veneta da parte del Tar Lazio, che ne descrisse l'iter autorizzativo come una sorta di golpe amministrativo, tuonò contro i comitati? Rei questi ultimi di far valere le loro ragioni in tribunale nel quadro più generale di «un eccesso di democrazia?».
La contestatissima Pedemontana, o Spv che si voglia, è una delle opere nate nel catino magico del sistema Baita, anche se poi, dopo una guerra di carte bollate è finita ad una compagine italo-spagnola, la Sis, ugualmente al centro di molte critiche. Lo stesso vale per la Valsugana bis. La stampa nazionale al riguardo riporta atti giudiziari che potrebbero innescare altre inchieste penali.
E che ne è della sanità? I media da giorni parlano di riflettori degli inquirenti puntati proprio sul mondo ospedaliero. Da anni i nosocomi veneti progettati, come le infrastrutture viarie, col sistema del project-financing, vengono fatte a pezzi da studi e proteste sul territorio di ogni tipo. Eppure Zaia, che pure ha avuto sul tavolo dossier scottanti, solo ora decide di andare dai magistrati.
Eppure nel biennio 2005-2007 un altro leghista rampante, Flavio Tosi, correntiziamente avverso a Zaia, non ha ricoperto proprio la carica di assessore alla sanità veneta? E quest'ultima non è ricoperta ora dal suo fedelissimo Luca Coletto? Ora certe stranezze, se ci sono state, un buon assessore le dovrebbe certo annusare. Specie se quest'ultimo è un assessore al bilancio, il che vale per il vicentino Roberto Ciambetti, sua la delega alle finanze. Da quest'ultimo però mai si è levato un j'accuse ad alzo zero per Chisso. Perché? E ancora, che dire dell'indagato (almeno sino a qualche anno fa, perché della sua indagine la procura di Vicenza non dice nulla) Marino Finozzi, accusato di truffa? Il vicentino Finozzi è l'ambasciatore del Veneto nel mondo. Bel biglietto da visita si dirà. Eppure Zaia contro il collega di giunta indagato non ha mai pubblicamente battuto i pugni sul tavolo. Come il centrosinistra per vero. Per qual motivo? Forse perché il 2010 era ancora preistoria e gli esponenti, minori o meno, dell'establishment si ritenevano ancora intoccabili? «Clandestino è reato» si leggeva sugli striscioni del Carroccio per le europee del 2014. Nei comizi il partito chiedeva interventi draconiani per chi sbarca senza carte. La stessa durezza senza appello è stata chiesta anche per i compagni di partito che sbagliano? O quando si tratta dei loro allora il "garantismo peloso" scudisciato da Mario Borghezio torna a far comodo?
 
(nella foto Zaia con l'arrestato Renato Chisso durante l'inaugurazione di un tratto della Pedemontana) 

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