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Dopo DJ Fabo, la discussione: io voglio morire!

Di Italo Francesco Baldo Martedi 28 Febbraio 2017 alle 08:59 | 3 commenti

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Non fa nemmeno più discutere il recente caso di suicidio assistito di DJ Fabo, esso altro non è che l'apice di una visione del mondo e della vita si dice. In realtà non è che l'evidenziazione di una visione solo singolare del mondo e della vita."Io penso così" e coloro che mi attorniano, singoli anch'essi, non possono far altro che accettare quello che io considero valido per me, ciò che esprimo. Lo Stato non può che ratificare le mie decisioni, qualsiasi esse siano e soprattutto nessuno può a nessun titolo intervenire: io sono io e tutto è quello che io dico essere. Le mie azioni sono mie, chi condivide con me quanto io ritengo di pensare ed agire, può solo, se io non posso agire, agire per me. Il suicido, l'eutanasia o come si voglia chiamare il fine vita è una mia scelta. La scelta non ha nessun connotato perché ciò che io scelgo è sempre equivalente a qualsiasi altra possibile scelta.

È nella natura stessa della scelta l'equivalenza e non sui può confondere la scelta con la deliberazione. Questa implica un fondamento razionale e non emozionale, come è appunto la scelta. Nella scelta la vita e la morte sono equivalenti e l'una vale tanto quanto l'altra, tanto che optare per l'una o per l'altra non fa vera differenza. Nella deliberazione sono coinvolto a dare i perché razionali per indicare o nella vita o nella morte il mio destino. Non a caso solo un filosofo, Immanuel Kant, ha affrontato da un punto di vista non religioso la prospettiva. Nel Fondamento nella metafisica dei costumi: "un uomo afflitto da una serie di mali che hanno finito per ridurlo alla disperazione, prova disgusto per la vita, pur rimanendo abbastanza padrone della sua ragione per potersi chiedere se non sarebbe una violazione dal dovere verso sé stesso, il togliersi la vita. Ciò che egli indaga, allora, se la massima della sua azione possa mai diventare una legge universale della natura. Ed ecco la sua massima: per amore di me stesso erigo a principio d'accorciare la mia vita, se col prolungarla ho più mali a tenere che soddisfazioni a sperare. Il problema è dunque soltanto di sapere, se codesto principio dell'amore di sé possa diventare una legge della natura. ma si vede subito allora, che una natura, la cui legge fosse di distruggere la vita stessa, proprio in forza di quel sentimento che è destinato a promuoverla, sarebbe in contraddizione con sé stressa e quindi non sussisterebbe come natura; sicché questa massima non può dunque in alcun modo trovar posto come legge universale della natura e per conseguenza è contrario al principio supremo di ogni dovere", ossia è contraria alla morale.

Ma il ragionamento kantiano implica che l'uomo sia in sintonia o tenda ad esserlo con gli altri suoi simili. Oggi non vi è un comune sentire "umano", perché vale solo la singolarità, quello che io penso in modo indipendente da qualsiasi altro pensiero. Se vi è comunanza, questa è casuale e non può incidere sui miei pensieri o scelte.
Ciò che si evidenzia è che non vi è più l'uomo, ma solo, come diceva Max Stirner, il filosofo odiato da Marx, il singolo e tutto il mondo altro non è che quanto l'io afferma.
In quest'ottica il suicidio assistito, l'eutanasia attiva o passiva non è assolutamente nulla. Io ho eretto il nulla a mia dimensione, ovvero nessuno può dirmi che cosa debbo pensare o debbo fare. Gli altrui singoli non possono che accettare quanto io voglio.
Si apre quindi un nuovo scenario per l'Europa, ormai eunuca, incapace di proposta, perché conta solo quanto io determino e a qualsiasi livello.
Lo Stato, lo ricordo, non può che consentire e nei modi che il singolo sceglie per sé stesso.
Oggi è il suicidio assistito o il testamento biologico, domani la decisione del genitore di eliminare fisicamente il figlio nato disabile.

E perché vietare a chi per sua voglia desidera qualcosa, quel qualcosa che lui desidera (ognuno al posto di "qualcosa" metta ciò che desidera o ciò che gli piace o ciò che vuole)? Sarebbe ora che invece di parlare di legge, in Italia tanto sarà pasticciata come sempre, si lasci fare a ciascun singolo, detto cittadino, quello che vuole e secondo le modalità che egli vuole, tanto è perfettamente inutile richiamare a sensi religiosi, o filosofici nell'ambito morale.
La strada intrapresa è ben chiara e se si andasse ad un referendum tutti vorrebbero la dolce morte naturalmente a carico dell'ULSS.

P.S. Ecco un'affermazione che non ha valore oggi, nell' Evangelium vitae troviamo questa citazione : "Urge dunque, per l'avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia, riscoprire l'esistenza di valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell'essere umano ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere". Parole inascoltabili oggi.

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Commenti

Inviato Martedi 28 Febbraio 2017 alle 13:08

Sono in accordo con quanto esposto da Baldo. La nascita e la morte di una persona, non è un fatto al "singolare" ma un percorso nascita-morte che volente o nolente interessa una intera collettività. Non siamo nel Medio Evo. Lo Stato, non può favorire la morte "dolce" e nemmeno ratificare nel Testamento quello che è valido solo per me. Dice bene Baldo, in una Europa, ormai castrata, incapace di proposte utili, non può permettere di fare COMMERCIO (Business) sulla morte delle persone, nemmeno la democratica Helvetia. Il resto è solo una pena per chi resta.
Inviato Mercoledi 1 Marzo 2017 alle 17:45

Il discorso com'è chiaro si apre ad un ventaglio infinito di commenti, che toccano anche la sfera della fede. Concordo in parte con quanto affermato nell'articolo. Per mia fortuna, non ho mai avuto una persona cara, che pur giovane è rimasta cieca e tetraplegica ed aveva davanti a sé una vita ogni giorno piena unicamente di dolore e sofferenza. Cos'avrei scelto per lui? Cosa vorrei gli altri scegliessero per me? Adesso che sto bene dico che, in quelle condizioni preferisco mille volte la morte, che si chiami eutanasia, dolce morte, fine vita, dopo di noi o come si voglia chiamare, lo dico adesso che sono capace di intendere e di volere, ma siccome non conosco la soglia di sopportazione del dolore, temo che lo vorrei anche in quello stato di sopravvivenza dolorosa. Quelle di Fabo, di Englaro, di Elby erano vite degne di essere vissute? Non lo so. Per evitare il commercio, com'è scritto da Parolin forse una legge servirebbe.
Inviato Mercoledi 1 Marzo 2017 alle 20:11

Una legge, che disponga pro o contro, sarebbe proprio la soppressione della volontà individuale in nome di un indirizzo collettivo, l'affermazione di una correttezza positivista. Così si affermerebbe che il nostro è uno “Stato etico” che, non riconoscendo alcun limite al di fuori di sé e quindi non riconoscendo un diritto naturale oggettivo, si organizza su un’intrinseca visione delle cose, cioè su una visione delle cose partorita da sé medesimo. Uno Stato in cui la volontà del singolo, la sua fede, i suoi valori, o coincidono o sono da perseguire, in contrapposizione allo Stato di diritto di tradizione liberale.
Quando si parla di principi, bisogna accettarne le conseguenze anche a livello di impianto dell'ordinamento. Direi che c'è da rifletterci bene.
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