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Avversione agli Ebrei: Lutero, Shakespeare, Voltaire e Marx. La Voce del Sileno anno 3

Di Italo Francesco Baldo Martedi 23 Gennaio 2018 alle 10:03 | 0 commenti

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Nel ricordare il genocidio degli Ebrei perpetrato nella Germania nazionalsocialista che aveva chiarito la sua avversione al popolo di Israele con numerosi scritti già nel XIX secolo e che aveva nel libro di A. Hitler la sua massima espressione, si fa poca memoria di quei testi che in Europa hanno contribuito all'antiebraismo, che è diventato successivamente non una discriminazione su base religiosa e culturale, ma soprattutto razziale., che si appoggiava pure alle teorie enunciate da "scienziati" sulla inferiorità del popolo di Javhè.

Nel corso degli ultimi cinquecento anni possiamo indicare oltre a quello già ricordato del capo del nazionalsocialismo gli scritti di M. Lutero, di W. Shakespeare, di Voltaire e di K. Marx. Ognuno di questi testi ha contribuito in misura determinante alla visione negativa degli ebrei. Prospettive certamente diverse, ma che si possono accumunare proprio nell'identica l'avversione, maturata nei secoli e che dal problema religioso si è spostato soprattutto a quello economico per finire in quello del razzismo, che ancor oggi è diffuso come più sentimento che non come oggettiva prova di inferiorità.

La diaspora degli Ebrei iniziò nel 70 d.C., quando il generale romano Tito, mise fine alla campagna in Giudea, prendendo d'assalto Gerusalemme, distruggendola e radendo al suolo il Tempio, proseguì con l'imperatore Adriano, che cambiò il nome di Gerusalemme in Aelia Capitolina (Capitolino è l'epiteto dato a Giove, massima divinità del pantheon romano). Il popolo ebraico si sparse in tutto l'Impero Romano, trovando particolare rifugio nella zona ispanica. Durante il Medioevo non ebbero certo vita facile, nonostante qualche richiamo a non procedere con persecuzioni da parte della Chiesa che però nel Concilio Lateranense IV del 1215 decise numerose restrizioni contro il popolo di Mosè. La ripetuta accusa di usura, accompagnò e accompagna ancor oggi gli ebrei, anche se la ragione dei prestiti ad interesse era determinata dagli stessi scristiani cui era vietato il prestito e così ricorrevano alla triangolazione. Cristiano a ebreo, ebreo a cristiano.

Il re inglese Riccardo Cuor di Leone perseguitò gli ebrei, il suo successore li protesse, ma li vessò di tasse, anche se nella Magna Charta Libertatum, agli articoli 10 e 11 si precisa quello che poi sarà matrice del testo di W. Shakespeare: Affermano, infatti gli articoli:

"10. Se qualcuno ha preso a prestito una somma da Ebrei, sia grande o piccola, e muore prima di aver pagato il debito, questo non produrrà interesse fino a quando l'erede si troverà nella minore età, di chiunque egli sia vassallo; e se quel credito cade in nostre mani, noi non chiederemo null'altro, se non la somma specificata nel documento." e "11. E se un uomo muore e deve del denaro ad Ebrei, sua moglie riceva la sua dote senza dover pagare alcunché per quel debito, e se il defunto ha lasciato dei figli in minore età, si provvederà ai loro bisogni in misura adeguata al patrimonio del defunto e il debito sarà pagato con il residuo, a parte quanto dovuto ai signori feudatari; nello stesso modo sarà fatto con persone che non siano ebrei".

Tuttavia ciò non bastò gli Ebrei furono cacciati dall'Inghilterra, come dalla Francia intorno al 1200, comunità ebraiche erano nella zona di Avignone, che però fino al 1790 era feudo papale e in Alzazia. Quando si ricorda il decreto di espulsione del 31 marzo 1492, varato da Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia di almeno 80.000 ebrei dalla penisola iberica e dai Regni di Napoli e Sicilia, bisogna anche pensare che esso non fu isolato, anzi.

Solo a partire dal 1781 con l'Imperatore Giuseppe II d'Asburgo ci fu tolleranza, grazie ad una sua patente di tolleranza per gli Ebrei e in Francia con la Rivoluzione francese e durante l'Impero napoleonico si accordò che a questi fosse concesso il diritto a possedere la cittadinanza francese Pian piano iniziò anche l'abbattimento radicale degli ostacoli che li tenevano da numerosi secoli ai margini della società civile.

Una emancipazione simile a quella di Giuseppe II, si allargò poi anche agli altri stati europei: nel 1866 all'Inghilterra, nel 1870 alla Germania e nel 1917 alla Russia. Anche nel Piemonte del 1848, con l'art. 24 dello Statuto Albertino, fu accordata agli israeliti la totalità dei diritti civili e politici. Leggi simili saranno estese al resto della penisola nel corso degli anni, ma ciò non contribuì che poco alla migliore considerazione degli Ebrei, subentrando la discriminazione razziale, che ha avuto nell'olocausto la sua massima espressione. Solo dopo il secondo conflitto mondiale possiamo parlare di un superamento, almeno legale a livello di Costituzione, in particolare quella Italiana all'art.3, della discriminazione, perché le persone sono considerate solo come cittadini a prescindere da sesso razza opinioni politiche.

Questa civile conquista è però contemporanea, quasi attuale diremo, l'avversione ha radici lontane. Ricordiamo alcuni scritti a partire da quelli di Martin Lutero, spesso osannato come iniziatore di un'epoca nuova, ma nei cui scritti troviamo visioni non certo "moderne", tra questi oltre all'avversione per i contadini che chiedevano terre ai principi, vi è la dichiarata e precisa avversione agli ebrei. Nel 1543 intitolato il riformatore, che ha consolidato mediante l'alleanza con i principi tedeschi la fondazione della sua chiesa, pubblica lo scritto Degli ebrei e delle loro menzogne. Nel testo gli ebrei, definiti: "serpi velenose e piccoli demoni", vengono proposti per una persecuzione con 6 precise indicazioni: "In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto "; in secondo "bisogna allo stesso modo distruggere e smantellare anche le loro case, perché essi vi praticano le stesse cose che fanno nelle loro sinagoghe. Perciò li si metta sotto una tettoia o una stalla, come gli zingari"; terzo "bisogna portare via a loro tutti i libri di preghiere e i testi talmudici nei quali vengono insegnate siffatte idolatrie, menzogne, maledizioni e bestemmie" Il quarto punto "proibire, pena la morte, ai rabbini di insegnare"; quinto abolire il salvacondotto per le strade ... debbono rimanere nelle loro case. Infine "proibire l'usura e confiscare tutto quanto possiedono in contante, oro e argento". Nessuna parola, come Sant'Agostino sulla conversione degli Ebrei, solo persecuzione. Da notare l'assimilazione al popolo nomade degli "zingari" sarà ben evidente quando la Germania nazionalsocialista procederà allo sterminio di ambedue le popolazioni, che iniziò in modo preciso con la cosiddetta "notte dei cristalli", il 10 novembre 1938, giorno genetliaco di Lutero.

Non è certo necessario un ulteriore commento.

Non così violentemente persecutorio Il Mercante di Venezia di William Shakespeare che nella sua opera teatrale, scritta probabilmente tra il 1596 e il 1598 e rappresentata per la prima volta nel 1605, ben evidenzia e denuncia il modo di vivere e opera degli ebrei. Shylock è il prototipo dell'ebrei che presta denaro e ad usura e non rinuncia mai a pretenderlo in restituzione con gli interessi e si avvale di ogni possibile clausola per ottenerlo. Ma le vicende finiranno per dargli torto, anzi sarò privato per legge veneziana dei suoi beni e sarà "alla mercé del Doge" che lo potrà impiccare a spese dello Stato, dato che nulla il mercante possiederà. Il mercante non verrà giustiziato, ma dovrà convertirsi al cristianesimo, cosa cui si sottopone il mercante per aver salva la vita.

L'ebreo Shylock ben rappresentato dal commediografo inglese, è colui che per denaro fa tutto e la grande vendetta per proprio sottrargli ogni suo bene materiale. Shylock, eretto a manifesto, è l'usuraio, e la sua figura è emblematica del modo con cui, ancor oggi spesso si considerano gli ebrei.

Non meno avverso agli ebrei è il mondo dell'illuminismo francese con il suo massimo esponente, Voltaire, che è considerato il padre della tolleranza soprattutto da coloro che volutamente ignorano la sua avversione assolutamente intollerante verso il cattolicesimo e gli ebrei. Con chiarezza afferma il maître à penser nel capitolo XVIII del suo Trattato sulla tolleranza:" Sembra che gli Ebrei abbiano più diritto degli altri di derubarci e di ucciderci: infatti, benché ci siano cento esempi di tolleranza nell'Antico Testamento, tuttavia vi sono anche esempi e leggi di rigore. Dio ordinò loro talvolta di uccidere gli idolatri, e di risparmiare solo le figlie nubili: essi ci considerano idolatri, e anche se noi oggi li tollerassimo, potrebbero bene, se fossero loro a comandare, non lasciar al mondo che le nostre figlie.

Sarebbero soprattutto assolutamente obbligati ad assassinare tutti i Turchi, cosa ovvia; infatti i Turchi posseggono i territori degli Etei, dei Gebusei, degli Amorrei, dei Gersenei, degli Evei, degli Aracei, dei Cinei, degli Amatei, dei Samaritani. Tutti questi popoli furono colpiti da anatema: il loro paese, che si estendeva per più di venticinque leghe, fu donato agli Ebrei con successivi patti. Essi devono rientrare in possesso dei loro beni: i maomettani ne sono gli usurpatori da più di mille anni.

Se gli Ebrei ragionassero così, è chiaro che non ci sarebbe altro modo di rispondere loro che mandandoli in galera.

Questi sono i soli casi, all'incirca, in cui l'intolleranza sembra ragionevole.»

Più pensante si fa l'avversione dell'illuminista in Juifs, opera opportunamente trascurata dagli intellettuali, come vedremo per quella di K. Marx. In essa non opera come i "buoni" sostengono un illuminismo un po' oscurato, ma uno ben chiaro nell'intento e nelle espressioni contro gli Ebrei, il più abominevole popolo della terra, accusati anche di cibarsi di carne umana, di usura oltre che di avarizia e di stupidità e di essere ladri (cfr. Dizionario filosofico, voce Circoncisione). E la conclusione ben si addice al pensatore, il quale rivolgendosi proprio agli Ebrei afferma: "Siete degli animali calcolanti; sforzatevi di essere degli animali pensanti." Non va meglio alla voce Tolleranza del Dizionario filosofico, dove, oltre a qualificare gli ebrei di "popolo assai barbaro" che "sgozzava senza pietà tutti gli abitanti di uno sventurato piccolo paese" li si definiva "il popolo più intollerante e più crudele di tutta l'antichità". Non si tratta di piccole sviste, di piccoli risentimenti, ma di una visione negativa che apre ad altre, che nel corso della storia approderanno a ben tristemente note persecuzioni.

Tra coloro che si occuparono della questione ebraica, ci fu il fondatore del comunismo moderno, quel Karl Marx, il cui padre per conservare il posto di funzionario prussiano aveva rinunciato alla fede ebraica e si era convertito al luteranesimo. Lo scritto del giovane Karl, intitolato proprio La questione ebraica, è del 1844, apparso sugli "Annali franco-tedeschi", un lavoro in polemica con Bruno Bauer sulla possibilità di emancipazione socio-politica e culturale degli Ebrei tedeschi. Un breve scritto, dimenticato e con precisa intenzione proprio dai seguaci, che non lo rinnegarono, ma che è alla base anche di un certo antisemitismo del totalitarismo comunista.

In esso Marx si pone il problema dell'emancipazione dell'ebreo dal giudaismo, ovvero dal suo dio, quel "dio denaro" vero dio degli Ebrei. Il pensatore di Treviri ritiene che il capitalismo sia la massima espressione del giudaismo e quindi solo e soltanto quando non vi sarà più capitalismo, solo allora l'ebreo si emanciperà veramente: "Non appena la società perverrà a sopprimere l'essenza empirica del giudaismo, il traffico ed i suoi presupposti, l'ebreo diverrà impossibile, perché la sua coscienza non avrà più alcun oggetto , perché la base soggettiva del giudaismo, il bisogno pratico si umanizzerà, perché sarà abolito il conflitto dell'esistenza individuale sensibile con l'esistenza dell'uomo come specie. L'emancipazione sociale dell'ebreo è l'emancipazione della società dal giudaismo". Una prospettiva che per il comunismo vale per tutti e per tutte le società. (cfr. Ynov Alex, Marxismo e sionismo. La questione ebraica da Lenin ai nostri giorni, Federazione Giovanile Evangelica Italiana.)

Il comunismo perseguitò gli Ebrei quando giunse al potere in Russia, nonostante il riconoscimento della loro opera a favore della rivoluzione stessa. Però il 23 gennaio 1918 il Consiglio dei Commissari del Popolo emanò un decreto, intitolato "sulla separazione della chiesa dallo stato e della chiesa dalla scuola". Ciò che colpiva di più la comunità ebraica era il divieto di insegnamento religioso. Le Comunità ebraiche furono sciolte (Ottobre 1918) e dopo alcuni anni tutte le attività economiche degli Ebrei cessarono, circa 1.120.000.

Certo la Russia proveniva da un radicato e popolare antiebraismo, basti ricordare la vicenda di Protocolli dei Savi, ma ciò non giustifica nel nuovo ordine le persecuzioni che continuarono anche negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso equando l'URSS combatté il sionismo e impedì di fatto l'emigrazione di molti Ebrei verso lo stato di Israele. Non tutto deriva certo dalle riflessioni marxiane, ma certo la visione di liberazione dei popoli dal capitalismo ovvero dal giudaismo, non è proprio specchiata.

 

Altri scritti si potrebbero ricordare, di politici, ideologici e perfino di filosofi come F. Nietzsche, ma quelli citati sono davvero emblematici e alla base dell'antiebraismo contemporaneo, cui si sono aggiunte delle opinioni che dire "scientifiche" è un insulto alla scienza stessa.

Purtroppo quando non si fanno i conti con la storia, si perpetuano pensieri, parole, atti e quant'altro che non rispetta l'umanità e si prosegue sul terreno del male. A coloro che ci hanno preceduto la responsabilità delle loro idee, a noi quella di esaminarle per rigettarle, ma non dimenticarle.

 

Si chiede a tutti coloro che leggono questo articolo di trasmetterlo ad amici e conoscenti.
Eventuali contributi vanno inviati al coordinatore Italo Francesco Baldo all'indirizzo di posta elettronica: stoa@libero.

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